Verso la libertà interiore

Eros Selvanizza – Presidente Federazione Italiana Yoga

Il tema del nostro incontro è: “verso la libertà interiore”. La prima considerazione  che dobbiamo fare è che noi  conosciamo due forme di libertà, una esteriore e una interiore. Leggendo la storia, dobbiamo considerare quanto hanno fatto i popoli  per conquistare, ad esempio, la libertà dalla schiavitù. In India, ancora oggi, il problema della libertà e della schiavitù è molto forte e riguarda soprattutto le donne. Per noi la conquista della libertà è il voler acquisire una sorta di indipendenza dagli elementi costrittivi della nostra esistenza, soprattutto esterni. Ad esempio dai ritmi della nostra vita che sentiamo da una parte necessari per poter vivere, guadagnare, ecc., ma anche costrittivi dall’altra.

Se guardiamo su wikipedia cosa viene detto sul tema della libertà, notiamo che si parla di libertà del pensiero, libertà di poter esprimere quel pensiero e libertà di poterlo mettere in pratica. E poi troviamo un lungo elenco di varie forme di libertà, sociale, politica, psicologica, spirituale, con una serie di considerazioni relative. A noi che pratichiamo lo yoga, quello che interessa è soprattutto la libertà interiore. In fondo sappiamo che si può essere liberi in una cella, perché si è acquisito un tale grado di maturità interiore, che la libertà esterna, quella fisica, è di ordine relativo , e comunque inferiore a quella mentale interiore. Viceversa si può essere schiavi di noi stessi anche in una presunta  libertà interiore che ci consente di fare determinate cose. Anzi, può capitare che, in nome di una libertà presunta, si compiano atti disdicevoli che limitano la libertà degli altri per esaudire i propri desideri, le proprie passioni.

Ma cosa dicono quei testi classici che consideriamo di riferimento?  Niente di meglio di un testo sacro può darci l’idea riguardo ad un tema così profondo. C’è sì una libertà individuale, ma questa libertà si può scontrare con la libertà degli altri. Per cui siamo vincolati, nel concetto di libertà, anche da costrizioni di tipo sociale.

Il voto di colui che si dedica alla pratica del buddismo è questo: “Rinuncio alla mia libertà personale  fino a quando ci sarà un solo essere sulla terra che deve essere liberato”.

Questo è il voto del bodisattva.

Consideriamo ora l’ambito yogico, che sappiamo essere all’interno dell’induismo, e vediamo cosa dice la Bhagavad Gita su questo punto:

Nel cap II, verso 51, dalla traduzione di Aurobindo, leggiamo: “I saggi che rinunciano al frutto delle loro azioni e che, mediante l’intelligenza, hanno raggiunto l’unione [con il Sé], vengono liberati dal legame delle nascite e raggiungono una condizione stabile di là da ogni male”.

Qui vediamo che la libertà è legata a tutte le azioni che vengono fatte e poi la Gita spiegherà come devono essere fatte le azioni e con quale grado di consapevolezza dobbiamo agire nel mondo. Sarà mediante una intelligenza discriminativa, che è in grado e si allena a distinguere, sino a che potrà assurgere alla grande discriminazione, che Patanjali definisce come paraviveka e che solleverà il velo dell’ignoranza nel quale siamo immersi.

Ora leggiamo la traduzione di questo stesso verso dal testo “Fiume di compassione”, di un grande mistico, Padre Bede Griffith, un monaco benedettino, ma anche uno Swami: “I saggi, uniti alla sapienza, rinunciano ai frutti delle loro azioni e, liberi dai legami della nascita, vanno alla dimora della salvezza”.

Padre Griffiths, che visse in India oltre 50 anni, scrisse a commento di questo verso: “Questi saggi che sono controllati e integrati, che sono bhuddi yukta – uniti nella loro bhuddi – che hanno rinunciato al frutto dell’azione, vengono liberati dalla schiavitù”.  Sono liberi dai lacci di questo mondo e vanno alla dimora della salvezza, o, letteralmente, nella regione che non conosce il male. La parola è anamaya, la regione senza dolore. Solo i grandi Maestri hanno potuto integrare il dolore, il dolore che eleva.

La Gita parla ancora di schiavitù e libertà nel cap. VII verso 29 : “Coloro che hanno preso rifugio in Me e si sforzano di raggiungere la liberazione dalla vecchiaia e dalla morte, pervengono alla conoscenza del Brahman, dell’integralità del principio del Sé, e a quella di tutta l’azione”.  Qui è Krishna che, parlando ad Arjuna, il suo discepolo, parla a tutti i discepoli del mondo di ogni età, del passato, del futuro e del presente. In questo verso sono contenuti i tre elementi fondamentali che regolano tutta la vita: bhakti, la devozione, il “prendere rifugio in Me”, dice Krishna, jnana, arrivare alla conoscenza del Brahman e dell’Atman, il principio del Sé, e  karma, il sapere che cos’è l’azione.

Scrive nel suo commento a questo verso Padre Griffiths: “Essi arriveranno a conoscere che cos’è il Brahman nella sua pienezza, nella sua appartenenza al Sé e in tutto il mistero delle azioni”.

Tutte le cose sono in movimento. Perchè tutto questo universo è in movimento? Perché il sole si consuma, le molecole si muovono, tutto l’universo si affatica, tutto passa e si consuma? Vi è un mistero nell’agire, non solo a livello fisico, ma anche psicologico, anche i nostri pensieri si affaticano.

Uno degli aspetti fondamentali della Gita è che colui che è veramente libero agisce senza agire. L’azione nell’inazione e l’inazione nell’azione. E quando non agisce fisicamente o psichicamente, essendo in sintonia col Brahman, è realmente cocreatore, l’azione più pura e più nobile che si possa concepire.

Qual è allora la prospettiva che la vita dà a coloro che si incamminano sul triplice sentiero che è bhakti, karma e jnana?

In questo verso c’è una serie di termine sanscriti (adhidaivam, adhiyatman, adhibhutam), che sono tutti aggettivi che qualificano il Brahman. Il significato di questo sloka è che essi conosceranno il Brahman in tutte le sue manifestazioni: il Brahman che si manifesta nell’ordine cosmico, nel mondo degli dei, nel Sé e nella natura. Così il Brahman è Colui che si manifesta su tutti questi livelli ed è quello che cerchiamo di conoscere.

Perché fino a quando non abbiamo una conoscenza integrale  non possiamo dire di essere liberi, siamo vincolati da qualcosa. I testi ci dicono come incamminarci verso la libertà.

Ancora nella Gita nel cap.XIII, verso 35, Krishna dà un’istruzione che si congiunge di più a quelle contenute in Patanjali, che è il tecnico, colui che ci dà i mezzi concreti per potere arrivare a ciò: “Coloro che mediante l’occhio della conoscenza  scorgono la distinzione fra il Campo e il Conoscitore del Campo, e sanno liberarsi dalla Natura inferiore, raggiungono il Supremo”.  L’occhio della conoscenza è jnana Qui è richiesta una discriminazione, viveka, fra quella che è la natura inferiore e quella che è un’altra forma di natura più elevata. Il nostro essere è fatto sostanzialmente di nature che non sono bene integrate fra di loro e pertanto è importante, per gerarchizzare il nostro essere in maniera totale, capire qual è il ruolo dell’una e dell’altra.

Padre Griffiths così commenta questo verso: “Ecco che cosa bisogna vedere: la distinzione tra il campo e il conoscitore del campo, tra la materia e la coscienza. Quando afferriamo questa distinzione e comprendiamo che lo Spirito è libero dalla materia e non determinato da essa, allora possiamo unirci allo Spirito e non siamo più condizionati dalla materia e dalle leggi della natura. Fare questo è essere liberati; questa è moksha, la liberazione”.

Per concludere, leggiamo dalla Gita i versi 27 28 del cap.V. Questi versi danno il legame tra queste considerazioni di ordine generale e il tema del nostro incontro, dharana, la concentrazione e dhyana, la meditazione.

“Avendo abolito il contatto con gli oggetti esteriori e concentrato la visione tra le sopracciglia, avendo reso uguale il fiato inspirato e il fiato espirato dalle narici, avendo dominato i sensi, la mente e l’intelligenza, il saggio che si consacra alla liberazione e che ha respinto il desiderio, la paura e la collera, è libero per sempre”.

Questo verso andrebbe meditato molto dai praticanti di yoga che possono avere delle difficoltà nell’applicare la discriminazione e nell’operare nel mondo secondo il karma yoga.

Ci fa anche capire quanto le pratiche yogiche possano aiutarci ad ottenere la libertà interiore. Attraverso il pratyahara, cioè il ritiro dei sensi. Attraverso la concentrazione tra le sopracciglia, dharana. Mediante il pranayama portando in equilibrio inspiro ed espiro. Col controllo della mente inferiore, quella collegata agli automatismi, manas, e dell’intelligenza, la buddhi , che non deve più essere diretta verso le cose che hanno un’importanza relativa, ma orientata verso il fine ultimo. La liberazione, infine, avviene in colui che controlla il corpo emozionale e ha respinto desiderio, paura e collera, attraverso la pratica di yama e niyama, le osservanze, secondo Patanjali, nei confronti degli altri e di noi stessi.

L’antidoto alla schiavitù è il silenzio e l’inizio della libertà comincia con la quiete interiore. Lo stare quieti è già libertà se esercitiamo questo stato di coscienza. L’inizio della libertà comincia con una rinuncia alla libertà del movimento e alla libertà del pensiero. Paradossalmente, per giungere alla libertà interiore bisogna rinunciare a quella che è una presunta libertà esterna. La liberazione è uno stato di perfetto equilibrio, è un portare tutta la persona nell’armonia e in un ordine perfetto.

Fonte: YogaItalia – settembre 2011

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